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Nel diritto del lavoro, l’espressione “aliunde perceptum” (“percepito altrove”), indica i redditi che un lavoratore ha percepito, attraverso un’altra attività lavorativa, dopo un licenziamento illegittimo, che influiscono nella determinazione dell’eventuale risarcimento dovuto dal datore di lavoro. Questo principio nasce dalla necessità di evitare che il lavoratore riceva, come risarcimento, una somma sproporzionata rispetto al danno effettivamente subito. L’onere della prova spetta al datore di lavoro che vuole far valere l’aliunde perceptum. Inoltre, non è sufficiente affermare che l’ex dipendente stia svolgendo un’altra attività lavorativa, ma bisogna dimostrare concretamente e oggettivamente che questa attività produce dei redditi.
Tuttavia, è importante sottolineare che non tutti i redditi percepiti dal lavoratore possono essere automaticamente considerati aliunde perceptum; ad esempio, la NASpI, in quanto non è considerata come reddito derivante da una nuova attività lavorativa, non viene considerata.
Due casi recenti
Un primo caso è rappresentato dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 4665 del 2 marzo 2026, relativa ad una controversia sull’illegittima cessione di un ramo d’azienda.
Nel caso esaminato, il lavoratore era stato trasferito, insieme al ramo dell’azienda in cui lavorava, a una società cessionaria. Successivamente, però, la cessione è stata considerata illegittima e il lavoratore ha chiesto al datore di lavoro originario il risarcimento delle somme che avrebbe dovuto percepire, se avesse continuato a lavorare nella sua azienda. Nel frattempo, però il lavoratore ha svolto un’attività lavorativa retribuita presso la nuova azienda, e quindi la Corte di Cassazione, esaminando il caso, ha considerato gli stipendi ricevuti come aliunde perceptum, sottraendoli dal totale del risarcimento.
Il caso presenta però un altro aspetto interessante. Durante la cessazione del rapporto con la seconda azienda, il lavoratore ha ricevuto un incentivo all’esodo (una somma di denaro che il datore di lavoro offre al lavoratore per convincerlo ad accettare volontariamente la fine del rapporto di lavoro). La Corte di Cassazione, con questa sentenza, si concentra su questo punto, ribadendo che l’incentivo percepito non può essere considerato nel calcolo del risarcimento, in quanto non rappresenta un guadagno derivante da un’attività lavorativa svolta.
La sentenza dimostra quindi come l’aliunde perceptum non si applica in modo automatico a qualsiasi somma percepita dal lavoratore, ma è necessario analizzare e valutare da dove provenga la somma.
Un altro caso recente è quello esaminato dalla Corte d’Appello di Torino con la sentenza n. 125 del 16 marzo 2026. In questo caso un lavoratore aveva contestato il proprio licenziamento, in quanto lo riteneva illegittimo. In primo grado, il lavoratore ha ottenuto il risarcimento, ma in seguito la società ha fatto ricorso alla Corte di Torino, cercando di far valere l’aliunde perceptum. La società infatti, in seguito alla decisone del Tribunale, aveva deciso di svolgere un’indagine patrimoniale, attraverso la quale aveva scoperto alcune attività lavorative che l’ex dipendente aveva svolto dopo il licenziamento. La Corte, tuttavia, non ha accolto la richiesta della società, in quanto le prove erano state presentate tardivamente e non erano state fornite le necessarie giustificazioni per spiegare perché tali elementi non erano già stati mostrati durante il precedente grado di giudizio.
Il caso evidenzia quindi quanto sia importante raccogliere, in modo corretto e tempestivamente, elementi concreti e documentabili, che possano dimostrare l’eventuale attività lavorativa svolta e i relativi redditi percepiti.
Come può intervenire un’agenzia investigativa?
In casi come questi, la corretta gestione delle indagini può rivelarsi fondamentale per il datore di lavoro che vuole far valere l’aliunde perceptum. Per cui affidarsi ad un’agenzia investigativa autorizzata è essenziale, in quanto può svolgere le indagini in modo rigoroso, per raccogliere elementi oggettivi e documentabili da utilizzare in sede legale. L’indagine può riguardare in particolare: lo svolgimento di attività lavorative autonome, attività occasionali retribuite, attività presso altre imprese, collaborazioni professionali e qualunque altra occupazione da cui il soggetto possa ricavare un reddito. In queste situazioni è importante fare attenzione soprattutto alle possibili attività non dichiarate.
Tarricone Investigazioni, in particolare, può supportare il datore di lavoro tramite attività investigative volte a verificare l’eventuale svolgimento di attività lavorative retribuite, e la raccolta di informazioni e prove oggettive che il datore di lavoro può utilizzare a suo favore. I nostri servizi includono ricerche sul campo, tramite osservazione e pedinamento dell’ex dipendente, per controllare i suoi spostamenti, attività di web intelligence, come OSINT e SOCMINT, per raccogliere le informazioni sul web, e verifiche sul territorio.
Al termine di ogni attività, viene redatto un dossier dettagliato con valore legale in sede di giudizio. Inoltre, se necessario, gli investigatori privati possono essere chiamati a testimoniare in tribunale, per confermare quanto documentato all’interno del dossier.
Fonti: soluzionilavoro.it; doctrine.it
