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La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 8564/2026, ha ribadito che la NASpI (assegno di disoccupazione) può essere riconosciuta anche in caso di dimissioni, ma solo quando queste non dipendono da una scelta libera del lavoratore, bensì da una giusta causa.
Il diritto all’indennità, però, non è automatico. Spetta al lavoratore dimostrare in giudizio che le dimissioni sono state determinate da comportamenti gravi del datore di lavoro. Il giudice è chiamato a verificare concretamente l’effettiva esistenza di inadempimenti rilevanti, che esista un collegamento diretto tra tali condotte e la decisione di dimettersi, e che la reazione del lavoratore sia stata tempestiva.
Il caso specifico
Nel caso esaminato, una lavoratrice aveva richiesto l’indennità NASpI dopo essersi dimessa per giusta causa, sostenendo che il rapporto di lavoro fosse diventato insostenibile per via di comportamenti inadempienti del datore di lavoro. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prove, mentre la Corte d’appello di Milano ha accolto il ricorso della lavoratrice, ritenendo sufficiente la dimostrazione della volontà della lavoratrice di reagire ai comportamenti del datore di lavoro, ad esempio attraverso una diffida legale e l’avvio di un’azione giudiziaria.
La Cassazione ha però corretto questa impostazione, precisando che non è sufficiente dimostrare l’intenzione di difendersi, ma è necessario provare in modo puntuale i comportamenti illeciti del datore di lavoro, il loro ruolo determinante nelle dimissioni e la tempestività della reazione. Di conseguenza, in assenza di una prova concreta della giusta causa, la NASpI non può essere riconosciuta, anche se il lavoratore ha contestato il datore di lavoro o avviato un’azione legale.
Un aspetto spesso collegato a situazioni di irregolarità è quello del lavoro “in nero”. Oltre a privare il lavoratore delle tutele previste dalla legge, questa condotta può avere conseguenze rilevanti anche sotto il profilo penale, soprattutto quando viene percepita contemporaneamente la NASpI.
Chi continua a lavorare senza dichiararlo, mantenendo lo stato di disoccupazione per ottenere l’indennità, può incorrere in due diverse fattispecie:
– l’indebita percezione di contributi pubbliche;
– il falso ideologico, per aver dichiarato una condizione non corrispondente al vero.
La rilevanza penale della prima ipotesi dipende dall’importo percepito: quando le somme superano una determinata soglia (circa 4.000 euro), si configura un reato punibile con la reclusione. Al di sotto del limite, invece, la condotta resta illecita ma viene sanzionata in via amministrativa, con importi che possono essere molto elevati e anche proporzionati al beneficio ottenuto.
In caso di condanna, possono inoltre applicarsi conseguenze accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici, permanente o temporanea a seconda della pena inflitta. Parallelamente, la falsa dichiarazione dello stato di dis occupazione può integrare un ulteriore reato autonomo.
Come possono intervenire gli investigatori privati?
Per dimostrare che le dimissioni sono avvenute per giusta causa, soprattutto quando ci sono dubbi riguardo la correttezza dei comportamenti da parte del datore di lavoro o sulla gravità degli inadempimenti (come nel caso di situazioni di lavoro irregolare o “in nero”) può essere utile rivolgersi a un’agenzia investigativa qualificata. In questi casi è possibile svolgere indagini mirate per raccogliere prove dell’illecito e per ricostruire in modo oggettivo le condotte aziendali e il loro impatto sul rapporto di lavoro.
Tarricone Investigazioni, in qualità di agenzia qualificata e affidabile, offre i seguenti servizi mirati:
– Perizie tecnico-informatiche finalizzate alla raccolta di prove utili a dimostrare la giusta causa delle dimissioni, attraverso l’analisi dei dispositivi utilizzati dalla lavoratrice sul luogo di lavoro, al fine di accertare il collegamento tra le condotte del datore di lavoro e la decisione di dimettersi (es. mail o messaggi offensivi nei confronti della dipendente);
– Attività di Web Intelligence SOCMINT per l’analisi di contenuti pubblici online, con l’obiettivo di individuare eventuali comportamenti illeciti nei confronti della dipendente (es. presenza di commenti denigratori sui social nei confronti della dipendente);
– Attività di pedinamento e monitoraggio peraccertare la reale attività lavorativa svolta (orari, mansioni, continuità della prestazione) anche in presenza di situazioni di lavoro irregolare o non dichiarato;
– Raccolta della documentazione già in possesso della lavoratrice, utile a dimostrare eventuali trattamenti scorretti da parte del datore di lavoro.
Al termine delle indagini viene redatto un dossier investigativo con valore probatorio, utile a dimostrare in modo concreto l’esistenza delle condotte inadempienti del datore di lavoro e il loro impatto sul rapporto lavorativo. Questa documentazione può risultare decisivo per provare la giusta causa delle dimissioni e, di conseguenza, il diritto alla NASpI. Inoltre, se necessario, gli investigatori privati possono inoltre essere chiamati a testimoniare in giudizio per confermare e chiarire quanto emerso nel corso delle attività investigative.
Fonte: ilsole24ore.com; edotto.com; ordinanza n. 8564 del 6 aprile 2026; ilfuturoquotidiano.it
