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IL CASO
Un’azienda ha licenziato una propria dipendente dopo aver scoperto che giorni prima, il suo collega aveva timbrato con il badge elettronico al suo posto alle 08:33 mentre lei si era recata in azienda alle 09:27.
Tale decisione è stata presa basandosi sull’inadempimento della dipendente al regolamento aziendale prescritto ai lavoratori per rilevare la presenza sul posto di lavoro.
La dipendente ha infatti utilizzato in maniera disonesta, il tesserino e gli orologi marcatempo, consegnando anche il badge, strettamente personale, al suo collega per farla risultare sul posto di lavoro. La condotta della dipendente è stata ritenuta contro i valori fondamentali di correttezza al punto tale da licenziarla.
Sia il Tribunale sia la Corte di Appello hanno confermato il provvedimento preso dall’azienda. I giudici, infatti, hanno dichiarato esistente l’elemento oggettivo dell’addebito e la volontarietà della dipendente di falsificare la presenza sul posto di lavoro.
LA CASSAZIONE
Nonostante ciò, la dipendente ha deciso di fare ricorso alla Suprema Corte dichiarando che il provvedimento non era proporzionale e che vi è stata un’interpretazione sbagliata da parte dei giudici territoriali. Sono stati poi rilevati gli accordi tra il collega ed il suo ricorrente attraverso un preciso esame delle circostanze istruttorie, col fine di far risultare la donna sul posto di lavoro prima ancora che lei arrivasse fisicamente in azienda.
La Corte territoriale ha verificato che il comportamento della dipendente era caratterizzato e finalizzato per eludere i controlli effettuati dalla responsabile del lavoro circa le presenze dei lavoratori.
CONCLUSIONI
La Corte di cassazione, con l’ordinanza numero 28248 del 4 novembre 2024, ha deciso di condannare la lavoratrice al pagamento delle spese sostenute per il giudizio ed al versamento di una somma a titolo di contributo che sia pari a quello sostenuto per il ricorso.
In merito a questo fenomeno, la Pubblica amministrazione e le società in generale possono rivolgersi alle agenzie investigative autorizzate per procurarsi le prove degli illeciti messi in atto dai dipendenti da presentare in sede di giudizio, visto che in molti casi si arriva al licenziamento per giusta causa. È in capo al datore di lavoro, infatti, l’onere della prova, e bisogna dimostrare che l’assenza e/o la condotta del dipendente hanno leso il vincolo fiduciario con il datore di lavoro.
I motivi più frequenti per i quali un ente pubblico si rivolge agli investigatori privati, per ottenere prove valide legalmente degli illeciti dei dipendenti, sono:
-La falsa attestazione della presenza in servizio (es. false timbrature dei cartellini);
-Le assenze ingiustificate;
-La mancata ripresa dell’attività lavorativa a seguito dell’assenza ingiustificata;
-L’assenza per falsa malattia.
Come possono intervenire gli investigatori privati in casi come questo?
– Attività di monitoraggio e di pedinamento del dipendente;
– Attività di Web Intelligence OSINT e SOCMINT, per la raccolta di elementi di prova dal web: è spesso lo stesso dipendente a pubblicare online prove delle sue condotte illecite;
– Testimonianza in Tribunale per confermare quanto riportato nel Dossier investigativo, se necessario.
Fonte: www.studiocataldi.it
