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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 32837/2026 ha dichiarato che una richiesta di amicizia su un social network può violare il divieto di comunicare con la persona offesa anche se questo non sfocia in una conversazione vera e propria. Questa sentenza è interessante per due motivi: in primo luogo per il principio affermato, ovvero che nei procedimenti per atti persecutori anche un’interazione apparentemente minima può diventare giuridicamente rilevante se viola uno specifico divieto. In secondo luogo, per le sue implicazioni sul piano probatorio; nel caso trattato infatti emergono videochiamate, richieste di amicizia, screenshot e copie di dati digitali: tutti elementi utili a ricostruire una condotta potenzialmente persecutoria, ma che richiedono molta attenzione nel momento in cui vengono acquisiti e valutati come prove.
È importante, infatti, fare chiarezza: non tutte le interazioni sui social costituiscono automaticamente un reato, e uno screenshot non ha un valore dimostrativo assoluto. Bisogna valutare caso per caso diversi elementi, tra cui la misura cautelare, quando l’evento è avvenuto, l’integrità e le modalità di acquisizione della prova digitale, se l’account e il dispositivo utilizzati erano effettivamente riconducibili alla persona interessata el’eventuale presenza di ulteriori riscontri probatori.
Il caso specifico
Il caso riguarda una vittima di stalking che, dopo circa un anno di condotte persecutorie da parte dell’ex compagno, decide di risolvere la questione in sede legale. Gli atti nei confronti della vittima includevano pedinamenti, appostamenti nei pressi dell’abitazione, messaggi offensivi e minacciosi, divulgazione del numero di telefono della vittima e violazioni del divieto di avvicinamento e di comunicazione. La persona offesa aveva riferito di aver subito profonde ripercussioni, tra cui uno stato di ansia e paura grave e costante, tanto da ricorrere ad un sostegno psicologico e all’assunzione di calmanti; inoltre aveva cambiato numero di telefono, abitazione e lavoro.
L’ex compagno fu condannato in primo e secondo grado per atti persecutori, in cui è stata considerata in particolare la violazione del divieto di comunicazione, avvenuta in quattro episodi separati (due in cui ha effettuato una videochiamata e due in cui ha inoltrato una richiesta di amicizia su un social network). L’uomo fece ricorso alla Corte di Cassazione, la quale ritenne che le condotte attuate dall’uomo violassero il divieto di comunicare con la persona offesa con qualsiasi mezzo, precisando che le richieste di amicizia non potevano essere considerate atti neutri, ma che rappresentavano iniziative dirette a raggiungere la persona offesa. La Corte ha quindi rigettato il ricorso.
Conseguenze della sentenza
Uno degli aspetti più interessanti della sentenza riguarda la valutazione delle prove digitali. In particolare, la Cassazione ha dichiarato che la copia di un documento può assumere valore probatorio, solo se viene dimostrato che non è stata manipolata. In generale, uno screenshot non è considerabile una prova autosufficiente, soprattutto se non è stato acquisito e conservato nel modo corretto. Nel caso specifico, però alcuni screenshot erano inseriti in un contesto più ampio di dichiarazioni, testimonianze e altre prove, che ne hanno aumentato il valore.
Inoltre, la data delle prove è stata un fattore fondamentale all’interno di questo processo, in quanto la Cassazione ha escluso alcune prove antecedenti l’ordinanza cautelare, sottolineando l’importanza di dimostrare il momento in cui è avvenuto l’evento.
In conclusione, la sentenza mostra che le prove digitali possono essere utilizzate in sede legale, ma bisogna essere in grado di accertarne l’autenticità, la collocazione temporale e devono essere coerenti con le altre prove. Anche per questo è sempre importante affidarsi ad esperti, che sappiano come acquisire e conservare le prove.
Cosa può fare un’agenzia investigativa?
Per affrontare casi come questo è fondamentale rivolgersi a degli specialisti per affrontare al meglio la situazione e ricevere il giusto supporto. In particolare, il coinvolgimento di investigatori privati può essere fondamentale nella fase di raccolta degli elementi di prova.
La Tarricone Investigazioni può agire attraverso:
– Attività di Digital Forensics, utilizzando software specializzati per acquisire, conservare e documentare in modo corretto i dati informatici e le prove digitali;
– Attività di contropedinamento, per verificare la reiterazione degli atti persecutori nei luoghi frequentati dalla vittima e per affiancarla in attività giornaliere;
– Indagini OSINT e SOCMINT per dimostrare comportamenti illeciti e raccogliere informazioni e prove dal web.
Tutto il materiale raccolto viene poi organizzato in un dossier investigativo dettagliato, contenente tutte le prove raccolte, utilizzabile in sede giudiziaria. Inoltre, qualora fosse necessario, gli investigatori possono essere chiamati a testimoniare in tribunale per confermare il contenuto del dossier.
Fonte: ilsole24ore.com; www.acquisizioneprovedigitali.it
